Il “fiume” di Opiemme

Opiemme al Bunker
Dopo aver lasciato un corvo sulle pareti del Bunker – “The Raven” di Edgar Allan Poe – Opiemme stende un “Fiume di parole” per collegare Barca e Bertolla.
Si tratta di un intervento artistico sospeso tra street art e poesia, come nello stile dell’artista ligure, torinese d’adozione: una pittura poetica lungo i marciapiedi, che si estende per 7 chilometri di lunghezza di strada San Mauro e strada Settimo, a partire dal loro crocevia.
I testi spaziano da “La cognizione del dolore” di Carlo Emilio Gadda a Kahlil Gibran, da José Saramago a poeti meno celebri, come Giorgia Catalano.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Parole e immagini contro l’omertà

La parete dirimpetto all’Igloo di Merz, in corso Lione angolo corso Mediterraneo, ospita l’installazione “Parole di Pietra 1”, nata da un’idea (e da un testo) della poetessa Lura Fusco e realizzata con la collaborazione degli street artists Mattia Lullini e Raw Tella.

Pietre nella bocca / Perché non vogliono cambiare…

Inizia così la ballata di Laura Fusco scritta in occasione di Biennale Democrazia 2012. Le parole si intrecciano coi serpenti colorati di Mattia Lullini e i diamanti e le ciocche di capelli realizzate da Raw Tella. Vanno incontro ai passanti, rompendo il muro di silenzio e omertà, in cui proliferano le mafie.

Domenica 20 maggio, in occasione della presentazione dell’opera alla cittadinanza, il pubblico viene invitato a “diventare testimone e rompere l’omertà”, moltiplicando e diffondendo il messaggio, riprendendo la murata con i propri cellulari.

Qui sotto il video dei lavori in corso, venerdì 18 maggio, ore 12:

Segnali d’arte I

Gli street artist si impossessano dei muri ma, nello spazio urbano, si appropriano talvolta anche della segnaletica stradale, interagendo col significato originario dei cartelli. Sono soprattutto due artisti non torinesi – il ligure Opiemme e il franco-toscano Clet Abraham – ad aver dato nuova vita alla segnaletica torinese.

Senza nome e senza volto. Di lui si conoscono solo regione e anno di nascita: Liguria, 1979. E la città d’elezione: Torino, dove risiede dal 1999. Si cela dietro il marchio Opiemme, l’artista e scrittore che si propone di “abituare la gente alla poesia”, diffondendola in modo rivoluzionario. Parlano per lui le sue opere, volte a mescolare la poesia ad altre forme espressive, per non lasciarla imprigionata nella carta stampata. Versi arrotolati, appesi sugli alberi; messaggi apparsi sui cartelli stradali, con divieti preoccupanti, di pensare, sognare e respirare; fino alla campagna dal forte impatto visivo “Traffic Kills”.

“La decisione di trasferirmi a Torino era legata agli studi e agli amici – spiega Opiemme –. A posteriori la scelta si è rivelata azzeccata: proprio il passaggio da una piccola realtà del litorale ad una grande città è stato un imput importante per il mio lavoro, in questi anni ho vissuto importanti esperienze formative. Devo molto a Torino”. E anche se non c’è il mare, pazienza: “Grazie al mio lavoro mi muovo molto e riesco a vederlo abbastanza spesso”.

Tutto ebbe inizio alla fine degli anni Novanta, riscoprendo la passione per quella letteratura che durante gli anni del liceo, per una ragione o per l’altra, si finisce per odiare. “Ho iniziato a scrivere”, ed a pubblicare, prima una raccolta di poesie, “Sfioraci”, poi una di racconti, “Sette”. “Ma ben presto mi sono reso conto che se sei giovane e sconosciuto hai poche possibilità di raggiungere i lettori. Allora ho cercato di svecchiare i canali di comunicazione della poesia, ho provato a portarla per strada, verso le persone, avvicinandola a forme di arte urbana, legate alla street art, al graffiti writing, alle installazioni”. Un poeta post moderno, che propone una rivoluzione punk della poesia: “Spesso uno Stato cerca diversi modi per creare legalmente ignoranza; io, portando le parole mie e di altri autori sui muri, è come se facessi illegalmente cultura”. Tema di estrema attualità, vista la tolleranza zero promessa dal sindaco di Milano, Letizia Moratti, verso i graffiti e i graffitari. “Mi dispiace concordare con Bossi, ma ha ragione nel dire che ‘i muri sono il libro di un popolo’ – spiega Opiemme –. Fare guerra ai writers è velleitario, sarebbe più opportuno crescere i giovani avvicinandoli all’arte, concedendo loro spazi idonei. Dall’altra parte, chi fa le scritte sui muri è giusto che conosca e accetti le regole del gioco. In quelle sono contenuti il rispetto e la tutela del bene privato. Vanificare le norme adducendo l’arte, è nel tipico stile italiano: una perdita di valori”.

Uno degli esempi più incisivi dell’opera torinese di Opiemme, rimane l’installazione realizzata sulla pensilina GTT davanti all’Accademia di Belle Arti, commissionata dallo stesso istituto in occasione di Artissima 2007: la fermata venne completamente ricoperta con testi di autori transitati per Torino: “Un punto di passaggio come la fermata dell’autobus è così diventato metafora del passaggio letterario”. Ma sono molti i luoghi in città diventati teatro delle installazioni di Opiemme. “Uno di quelli a cui mi sento più legato è l’Hiroshima Mon Amour, che da sempre ha aperto le sue porte alle mie opere. E poi San Salvario e il Valentino; uno dei luoghi migliori per appendere i miei rotolini di poesie”.

Qui sotto la copia originale dell’articolo uscito su La Stampa del 12 agosto 2010 a firma Luca Indemini