Senso Unico verso Paratissima12

Dalla stazione Lingotto della metropolitana all’ex MOI – sede di Paratissima 12 – il cammino è segnato dalle “frecce con polsino” di Clet Abraham. Perdersi è impossibile, non vi potete sbagliare.

 

Dunque, non ci sono scuse per perdersi la performance di Clet, questa sera (venerdì 9/11) alle 21,30, nello stand A12: la Crocifissione live.

 

Segui le frecce:

L’uomo comune tra Square23 e Paratissima

Si muove sul sottile confine tra legalità – sfidandone il concetto e ridefinendola di volta in volta – e libertà – d’azione e d’espressione.

Clet Abraham non è partito dalla “strada” e forse non ha nemmeno scelto la “strada”. Si potrebbe dire che è stato trovato dalla strada e dai cartelli segnaletici, presenza ingombrante nelle città, “colonnelli dei tuoi movimenti attraverso un linguaggio che ci standardizza”.

I cartelli rappresentano l’autorità. Obbighi e divieti.

Clet, affascinato dai colori e dalla luce del vinile dei cartelli, ha deciso di sostituirli alla tela per andare incontro alle persone e interagire con il loro significato, imperativo e costrittivo.

Con la sua opera cerca di renderli meno banali, infondendo vita nell’omino nero – l’“uomo comune” – che vive racchiuso nel limitato e limitante spazio del cartello.

Tutto ebbe inizio nel 2009, col Cristo crocifisso sul segnale a “T” della strada senza uscita. Da allora l’interazione di Clet con la segnaletica stradale si è mossa principalmente in tre direzioni.

Attraverso la Passione, rivisitata sempre sul segnale di strada senza uscita; gli angeli e i demoni sugli obblighi di direzione; o la mano divina che fuoriesce dalle nuvole indicando implacabile i bambini, che corrono sul segnale di pericolo che si trova solitamente nei pressi delle scuole, ha sviluppato una serie di suggestioni legate al tema della spiritualità. Semplificandola dai dogmatisti e portandola in strada. Tra i passanti. E gli automobilisti.

Partendo dall’omino nero che rimuove (o sega) il segnale di divieto, si sviluppa poi la riflessione dell’artista sui temi della libertà e della legalità. “I cartelli stradali sono imposizione delle istituzioni, più ce ne sono più marcano il territorio”. Altri spunti di riflessione sul tema sono offerti dalla cintura che slacciandosi scioglie il divieto di sosta, la palla al piede aggiunta all’omino dei lavori in corso o la nave che affonda, trascinata dall’ancora dell’obbligo di direzione.

C’è poi una terza zona meno definibile di lavori, solo all’apparenza più leggeri e giocosi. L’uomo comune alla guida del divieto d’accesso; l’uomo vitruviano imprigionato nel segnale di divieto, la freccia che trafigge il cuore o la moneta da un euro. E tra queste, anche le opere pensate per le città che le ospitano. L’uomo comune che disvela il velo della Sindone a Torino, la Tour Eiffel che si innesta sul divieto di svolta a Parigi, o ancora la Union Jack che emerge a Londra dal divieto di sosta.

Nel gennaio 2011 l’“uomo comune” vive un’evoluzione/rivoluzione fondamentale. Si libera definitivamente dei limiti imposti dai cartelli, diventa scultura (a dimensione umana) e passeggia sul Ponte alle Grazie di Firenze. Per sette giorni, prima di essere rimosso.

A Torino Clet, per dare nuovamente tridimensionalità al suo personaggio, torna alla genesi del suo lavoro in strada, trasformando in scultura la Crocifissione sul segnale di strada senza uscita.

Cartelli eleganti

La salvaguardia dell’originalità e dell’eleganza di una città passa anche per i suoi cartelli stradali. Ne è assolutamente convinto Clet Abraham, che in fatto di segnaletica se ne intende. L’artista bretone di nascita, fiorentino d’adozione e torinese per ragioni di cuore, da alcuni anni dissemina sui cartelli omini neri che interagiscono con la segnaletica. I segnali torinesi sono dotati di un fascino unico: il palo di sostegno termina con un cerchio metallico all’interno del quale viene pinzato il cartello con tre bulloni. “Questo sistema è il più raffinato che io conosca – spiega Clet -. Purtroppo negli ultimi tempi stanno sparendo per lasciare il posto a quelli più diffusi, bloccati posteriormente al palo. Perché perdere un primato di eleganza?”. Al deposito dei cartelli dismessi di via Pavia spiegano che l’intento è quello di uniformarsi agli standard italiani, per ragioni economiche e di praticità. Magra consolazione, quelli del centro storico saranno gli ultimi a scomparire. Ma Abraham non si rassegna: “Elimarli sarebbe come togliere a Parigi le entrate decò della metropolitana perché non omologate”.

(La Stampa 15.02.2012)

Ecco i pali a confronto:

Questo è il palò banale, più o meno simile in tutta europa, solitamente è centrale ma l'effetto è lo stesso.
Questo è il palò banale, più o meno simile in tutta europa, solitamente è centrale ma l'effetto è lo stesso.
Questo è il palo "bello", a notare il cerchio metallico parte integrante del fusto, esistono soltanto a Torino, e la finezza del fissaggio a tre denti. Sono i particolari a fare l'eleganza.

Clet – Square 23

Clet Abraham è passato da Torino nel fine settimana. Non ha lasciato segni sui cartelli della città – sarebbe quasi ora di tornare a distribuire qua e là l'”uomo comune”, visto che soprattutto in centro qualche mano solerte ha provveduto a rimuoverne molti -, in compenso, ieri ha lasciato un cartello (con l'”uomo comune” che si porta via il segnale di divieto di accesso) da Square 23.

E in una sorta di gemellaggio tra le “strade” di Torino e  Firenze è ripartito con un lavoro di Sergio Luongo, che affronta il tema della crocefissione (rivisitato anche da Clet sui segnali di strada senza uscita), e un quadretto di Ermenegildo Nilson, che ironizza sul suo rapporto col proprio cane.

Capita anche questo al numero 45 di via San Massimo, in un pungente lunedì dicembrino: Clet, Davide, Sergio, Skià, Ermenegildo Nilson a chiacchierare sul marciapiede, studiando possibili collaborazione incrociate. Possibilmente “on the road”.

 

I cartelli raccontano…

Dal sito de La Stampa – che da tre settimane ospita Para//eli, video settimanale di approfondimento sui temi dell’innovazione, realizzato dal sottoscritto (Luca Indemini), assieme a Dario Castelletti e Giacomo Mosconi alla parte tecnica:

Il video propone un parallelo tra Clet Abraham e Opiemme, che hanno scelto i cartelli stradali come “tela” urbana per i propri lavori.

Segnali d’arte II

Già Roberto Benigni a metà degli anni 90, nel suo “Tuttobenigni”, rilevava l’inaccettabile imposizione dettata dai cartelli stradali. “Uno come Gandhi cammina e trova un cartello che dice vietato fermarsi. Tu fai un cartello per fermare Gandhi”. Dev’essere un’idiosincrasia tutta toscana. Anche di chi, come l’artista bretone Clet Abraham, è toscano solo d’adozione. Anacleto, questo il suo nome all’anagrafe, è nato a Quimper nel 1966, da vent’anni vive in Italia e da cinque a Firenze. Nasce dall’incontro tra una impellente necessità di comunicare e la volontà di migliorare il patrimonio visivo dei passanti il suo progetto legato alla segnaletica stradale. “La presenza ossessiva e aggressiva dei cartelli stradali è una provocazione per un artista visivo – spiega Clet –. Esteticamente molto presenti, ma con un contenuto molto povero, sono spesso umiliazioni alla dignità umana. Non potendoli togliere ho pensato di migliorarli, dandogli un significato più nobile, più intelligente o a volte semplicemente più simpatico. Sono però molto attento a non intralciare la lettura originale, anzi cerco di stare in tema e di non danneggiarli materialmente, utilizzando adesivi rimovibili”. E così è iniziata l’invasione di Firenze, cominciando con la serie de La Pietà: un omino nero stilizzato, crocefisso sui cartelli di “strada senza uscita”. Sono seguiti gli angeli e i diavoli, poi omini che interagiscono con le varie parti dei segnali stradali, lentamente è nata quella che lo stesso artista definisce “una mostra urbana”. In una sorta di percorso a ritroso tra capitali, dal capoluogo toscano Clet ha deciso di esportare la sua opera a Torino: “Siamo stati in città verso la metà di novembre; per realizzare il blitz abbiamo impiegato tre notti. Ho scelto Torino perché mi piace, in qualche modo credo in quella città del Nord. E poi gli affetti, amici e tanti ricordi, legati alla mia compagna che ci ha vissuto per molto tempo”.

E così una mattina di fine autunno la segnaletica torinese ha iniziato ad animarsi. Su di un cartello di divieto di accesso, un piccolo omino nero, a fatica, tentava di rimuovere il divieto sobbarcandosi il peso di quella barra bianca su sfondo rosso. Un cuore trafitto dalla freccia di un segnale di obbligo è comparso in piazza Emanuele Filiberto; in via San Domenico, davanti al Museo della Sindone, è stato omaggiato il Sacro Telo e una crocefissione ha decorato un cartello con vista sulle Porte Palatine.

“Luoghi scelti per cercare la visibilità, non a caso uno è in via Marenco sotto la sede de La Stampa, ma sono anche altri gli stimoli; la prossimità della casa dell’amico, la possibilità di inquadrare vicino al cartello un monumento importante, la sfida difficile e rischiosa”.