Cartelli eleganti

La salvaguardia dell’originalità e dell’eleganza di una città passa anche per i suoi cartelli stradali. Ne è assolutamente convinto Clet Abraham, che in fatto di segnaletica se ne intende. L’artista bretone di nascita, fiorentino d’adozione e torinese per ragioni di cuore, da alcuni anni dissemina sui cartelli omini neri che interagiscono con la segnaletica. I segnali torinesi sono dotati di un fascino unico: il palo di sostegno termina con un cerchio metallico all’interno del quale viene pinzato il cartello con tre bulloni. “Questo sistema è il più raffinato che io conosca – spiega Clet -. Purtroppo negli ultimi tempi stanno sparendo per lasciare il posto a quelli più diffusi, bloccati posteriormente al palo. Perché perdere un primato di eleganza?”. Al deposito dei cartelli dismessi di via Pavia spiegano che l’intento è quello di uniformarsi agli standard italiani, per ragioni economiche e di praticità. Magra consolazione, quelli del centro storico saranno gli ultimi a scomparire. Ma Abraham non si rassegna: “Elimarli sarebbe come togliere a Parigi le entrate decò della metropolitana perché non omologate”.

(La Stampa 15.02.2012)

Ecco i pali a confronto:

Questo è il palò banale, più o meno simile in tutta europa, solitamente è centrale ma l'effetto è lo stesso.
Questo è il palò banale, più o meno simile in tutta europa, solitamente è centrale ma l'effetto è lo stesso.
Questo è il palo "bello", a notare il cerchio metallico parte integrante del fusto, esistono soltanto a Torino, e la finezza del fissaggio a tre denti. Sono i particolari a fare l'eleganza.
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La scena torinese è “fake”?

Tutto ebbe inizio il 21 novembre 2011 con questo post sul gruppo Facebook di StreetArTO, da parte di Riccardo Lanfranco:

Il tema ogni tanto è ritornato, finché abbiamo deciso di andare al quartier generale de Il Cerchio e le Gocce per approfondire la questione. Di seguito una prima suggestione, tanto per fornire qualche spunto di riflessione/discussione.

A breve la chiacchierata completa, che ha toccato svariati temi, da Pic Turin al sottile (spesso troppo sottile?) confine tra arte e street art, dal binomio street art / writing a uno sguardo generale sulla scena torinese.

Lastvagito: Tonichina e l’arte in strada

Gioca con i materiali, rigorosamente recuperati e riusati, per realizzare le sue opere. Gioca coi volti degli amici, con nomi e doppi sensi nel scegliere i titoli.

Tonichina – pittore di strada mitologico almeno nel nome, che mescola l’uomo, Toni, con la sua fedele cane lupo, China – è fino a sabato protagonista ad Amantes, per Lastvagito. Appuntamento anomalo nell’ambito della rassegna che fino a fine novembre si propone come finestra sulla street art cittadina. Tonichina non disegna sui muri, non usa bombolette, non appiccica poster sui cartelloni. Insomma non è né un writer né uno street artist. Tonichina, però, recupera per strada i materiali su cui dipingere, espone e vende le sue opere sulla pubblica via. A Torino, ma anche tra Spagna e Francia, dove tutto è cominciato: “Fino a otto anni fa facevo l’informatico, poi ho deciso di provare a dedicarmi alla pittura a tempo pieno. Sono andato in Francia e ho iniziato a dipingere per strada”.

Nella vetrina al numero 38/a di via Principe Amedeo è possibile apprezzare pochi, ma rappresentativi pezzi del suo repertorio. Entrando l’attenzione viene subito colpita da un enorme crocifisso composto da quattro pannelli: il corpo e le braccia – densi dei dettagli e dei colori che caratterizzano il tratto di Toni – si adagiano su sfondo rosa, mentre il volto è incorniciato in un tiro a segno. I tratti del volto potrebbero risultarvi familiari, è Beppe Grumbi, a sgombrare ogni dubbio la scritta “Inri” è sostituita da “Arci”. Dal sacro al profano, sulla parete di fondo un pannello composto da una serie di assi regala un curioso gioco di specchi. Quasi come se vi si fosse riflesso, appare il furgone decorato con i tipici volti di Galo, che ormai staziona davanti ad Amantes da alcune settimane. Al centro, Toni mentre disegna, riflesso nello specchio usato per dipingere l’opera pochi giorni prima dell’inaugurazione. O ancora i cinque pannelli “autobiografici”, che ritraggono l’artista e il suo cane, racchiusi nel titolo “ToniChina FraMe”, che gioca sulla traduzione inglese di fotogramma.

 

I Robot di Pixel Pancho

Dopo l’esperienza “valenciana”, Pixel Pancho torna a Torino con la personale “Home Sweet Home“, ospitata dalla Galo Art Gallery (via Saluzzo 11/c), dove è possibile apprezzare l’evoluzione tecnica e stilistica dei suoi personaggi, che acquistano una nuova forma, arricchita di luce e contrasti.

Segnali d’arte I

Gli street artist si impossessano dei muri ma, nello spazio urbano, si appropriano talvolta anche della segnaletica stradale, interagendo col significato originario dei cartelli. Sono soprattutto due artisti non torinesi – il ligure Opiemme e il franco-toscano Clet Abraham – ad aver dato nuova vita alla segnaletica torinese.

Senza nome e senza volto. Di lui si conoscono solo regione e anno di nascita: Liguria, 1979. E la città d’elezione: Torino, dove risiede dal 1999. Si cela dietro il marchio Opiemme, l’artista e scrittore che si propone di “abituare la gente alla poesia”, diffondendola in modo rivoluzionario. Parlano per lui le sue opere, volte a mescolare la poesia ad altre forme espressive, per non lasciarla imprigionata nella carta stampata. Versi arrotolati, appesi sugli alberi; messaggi apparsi sui cartelli stradali, con divieti preoccupanti, di pensare, sognare e respirare; fino alla campagna dal forte impatto visivo “Traffic Kills”.

“La decisione di trasferirmi a Torino era legata agli studi e agli amici – spiega Opiemme –. A posteriori la scelta si è rivelata azzeccata: proprio il passaggio da una piccola realtà del litorale ad una grande città è stato un imput importante per il mio lavoro, in questi anni ho vissuto importanti esperienze formative. Devo molto a Torino”. E anche se non c’è il mare, pazienza: “Grazie al mio lavoro mi muovo molto e riesco a vederlo abbastanza spesso”.

Tutto ebbe inizio alla fine degli anni Novanta, riscoprendo la passione per quella letteratura che durante gli anni del liceo, per una ragione o per l’altra, si finisce per odiare. “Ho iniziato a scrivere”, ed a pubblicare, prima una raccolta di poesie, “Sfioraci”, poi una di racconti, “Sette”. “Ma ben presto mi sono reso conto che se sei giovane e sconosciuto hai poche possibilità di raggiungere i lettori. Allora ho cercato di svecchiare i canali di comunicazione della poesia, ho provato a portarla per strada, verso le persone, avvicinandola a forme di arte urbana, legate alla street art, al graffiti writing, alle installazioni”. Un poeta post moderno, che propone una rivoluzione punk della poesia: “Spesso uno Stato cerca diversi modi per creare legalmente ignoranza; io, portando le parole mie e di altri autori sui muri, è come se facessi illegalmente cultura”. Tema di estrema attualità, vista la tolleranza zero promessa dal sindaco di Milano, Letizia Moratti, verso i graffiti e i graffitari. “Mi dispiace concordare con Bossi, ma ha ragione nel dire che ‘i muri sono il libro di un popolo’ – spiega Opiemme –. Fare guerra ai writers è velleitario, sarebbe più opportuno crescere i giovani avvicinandoli all’arte, concedendo loro spazi idonei. Dall’altra parte, chi fa le scritte sui muri è giusto che conosca e accetti le regole del gioco. In quelle sono contenuti il rispetto e la tutela del bene privato. Vanificare le norme adducendo l’arte, è nel tipico stile italiano: una perdita di valori”.

Uno degli esempi più incisivi dell’opera torinese di Opiemme, rimane l’installazione realizzata sulla pensilina GTT davanti all’Accademia di Belle Arti, commissionata dallo stesso istituto in occasione di Artissima 2007: la fermata venne completamente ricoperta con testi di autori transitati per Torino: “Un punto di passaggio come la fermata dell’autobus è così diventato metafora del passaggio letterario”. Ma sono molti i luoghi in città diventati teatro delle installazioni di Opiemme. “Uno di quelli a cui mi sento più legato è l’Hiroshima Mon Amour, che da sempre ha aperto le sue porte alle mie opere. E poi San Salvario e il Valentino; uno dei luoghi migliori per appendere i miei rotolini di poesie”.

Qui sotto la copia originale dell’articolo uscito su La Stampa del 12 agosto 2010 a firma Luca Indemini

Galo: vita e arte (o vita è arte)

Galo è stato visto dipingere su quasi ogni superficie immaginabile”.
Dopo essersi laureato ed aver lavorato come graphic designer ha deciso di voltare le spalle a tutto, eccetto all’amore e alla pittura”.
Con Galo, la vita è arte e lui dedica la sua vita a condividere la sua arte”.

Così dà il benvenuto ai visitatori sul suo sito web Galo, artista di fama internazionale, che ha vissuto ad Amsterdam ed esposto in svariate galleria in Europa e nel mondo, da Berlino agli Stati Uniti, dall’Islanda al Giappone.
Il 29 aprile 2010 ha deciso di tornare a piantare radici solide in città, e a San Salvario in particolare, dando vita alla Galo Art Gallery, in via Saluzzo 11/g, la prima galleria torinese interamente dedicata alla street art, “un luogo in cui l’arte e la gente, gli artisti e gli amanti dell’arte sono una cosa sola”.
Impegnato alla realizzazione della sua prossima esposizione, che lo porterà nuovamente lontano dall’Italia, e nell’organizzazione del prossimo evento in galleria (lo show “Home sweet home”, che vedrà protagonista il prossimo 8 aprile Pixel Pancho), Galo ha trovato il tempo di fornirci alcune risposte via mail per aggiungere il suo tassello a questa storia della street art torinese.

Dove hai iniziato?
“Amsterdam nel 1998”
A che età?
“26 anni”
Ti ricordi il tuo primo “muro” a Torino?
“Non proprio… Ho vissuto 9 anni in Olanda e quando tornavo in Italia era solo per pochi giorni e per rivedere i miei amici e la mia famiglia… capitava comunque di uscire con markers o spray e disegnare sui muri. In quegli anni era qualcosa di molto importante per il mio progetto artistico…”
Da sempre c’è chi considera gli street artist degli artisti e chi dei vandali. Da quando hai iniziato ad oggi cosa è cambiato?
“Sono cambiato io innanzitutto… Ci sono molte piu telecamere e ci sono leggi anti vandaliche che bloccano e impauriscono gli artisti piu giovani. Città come Amsterdam, Barcellona, Berlino, Milano erano molto piu aperte alla street art… Ora la situazione è in molti casi quella della tolleranza zero, stile Giuliani in NY… Castrazione totale di ogni tipo di intervento artistico pubblico non autorizzato e nessuna differenza tra arte in citta e vandalismo puro. La differenza tra chi vuole abbellire e personalizzare parti urbane grigie e piatte con i propri lavori artistici o chi vuole semplicemente sporcare dovrebbe essere presa in considerazione”
Oggi, sei a tutti gli effetti un artista di fama internazionale. Quando è avvenuto il passaggio dalla strada alle gallerie? Che differenza c’è? La galleria, secondo te, è un’opportunità o rappresenta una limitazione della libertà dello street artist?
“Il passaggio in galleria è un passaggio obbligato per qualsiasi tipo di artista che voglia lavorare e vivere della propria arte”
La scelta della visibilità per un artista di strada come si concilia con la volontà e spesso l’esigenza dell’anonimato?
“Non c’è anonimato… Ci deve essere riconoscibilità di stile e di tratto… Un buon street artist comunica con la propria città o con quante piu città e realtà ha la possibilita di visitare e vivere… Non bisogna però farsi intercettare nel momento creativo… altrimenti multe, sanzioni e in alcuni casi la prigione!”

Sei un’artista che diventa gallerista. Cosa ti ha portato ad aprire la “Galo Art Gallery” a Torino?
“Ho viaggiato e esposto i miei lavori in gallerie in quasi tutto il mondo e continuo a farlo. Aprendo la galleria ho semplicemente rallentato il ritmo della mia vita nomade e credendo profondamente nella corrente artistica della street art ho deciso di portare in Torino un genere artistico non ancora riconosciuto ufficialmente in città”
Che tipo di rapporto instauri con gli artisti che espongono nella tua galleria?
“Gli artisti che rappresentiamo sono quasi tutti amici e colleghi che hanno iniziato come me piu di 10 anni fa, con i quali ho viaggiato e con i quali ho instaurato un rapporto di amicizia e di stima. Sono quasi tutti precursori del movimento street art e in qualche caso sono giovani promesse che ci interessa motivare e sostenere con la nostra galleria”.

 

 

 

Street design

A volte l’evoluzione è non solo stilistica, ma anche personale. La street art è un punto di partenza per diventare qualcosa di diverso, si evolve, si trasforma, prende la forma di un lavoro, si mescola al design. Anche se il primo amore non si scorda mai.

Jaman, Hide, Deep e Ruas sono quattro amici che hanno dato vita alla crew KNZ. Il collettivo è diventato un progetto creativo a 360°: dai graffiti al graphic design, dal restyling d’interni all’illustrazione. Tappa fondamentale nella loro evoluzione è stata l’apertura nel 2009 del Konsequenz Graffiti Shop/Creative Studio, che col suo studio creativo e lo spazio espositivo è diventato ben presto punto di riferimento per i writer della scena regionale.

La nuova sede, di recente apertura, in via dei Quartieri 10/a, risponde perfettamente alle esigenze dei KNZ: «Avevamo bisogno di uno spazio diverso, rispetto a quello che avevamo prima e fortunatamente lo abbiamo trovato nella stessa zona».

Attualmente il progetto si articola principalmente attorno a tre elementi:

il negozio, dotato di un’ampia scelta di materiali, con particolare attenzione ai nuovi trend e alle ultime innovazioni;

lo studio creativo, che è il centro di sviluppo e l’evoluzione della semplice idea di writing e permette al gruppo di relazionarsi con un mondo lavorativo differente;

lo spazio espositivo, con 25mq di superficie verticale libera in cui gli artisti possono dar luogo ad eventi culturali di vario genere.

Inoltre, concessionario ufficiale dei materiali per Murarte, il Konsequenz Graffiti Shop è un prezioso punto di riferimento sul territorio per assistere i writer in cerca di muri liberi. “Diamo le informazioni sulle pratiche da fare per aderire a Murarte e cerchiamo così di coinvolgere nel progetto soprattutto le nuove leve”. Poiché a volte i tempi burocratici sono troppo lenti per rispondere all’impellente necessità artistica, i KNZ hanno un sogno: “Ci piacerebbe ottenere da Murarte due o tre muri cittadini in concessione, in modo che se arriva qua un ragazzo in cerca di uno spazio da dipingere possiamo dargli un indirizzo senza che debba sbattersi troppo”.

Ma come si diceva, il primo amore non si scorda mai, e allora dall’apertura del negozio nel 2009, i KNZ hanno continuato a partecipare a diverse conventions di calibro nazionale e internazionale, manifestazioni culturali cittadine (PicTurin), mostre collettive e personali, senza mai dimenticare la strada.

 

 

 

 

Dalla strada alla grafica è anche il percorso dei Truly Design, collettivo artistico formato da quattro amici uniti dalla passione per i graffiti e la street art. Nato nel 2001 da un’idea di Mauro149, Rems 182 e Man23 (oggi Brutalgraph-x), cambia diverse volte composizione, fino a raggiungere nel 2005 l’attuale formazione, che vede accanto ai fondatori Mauro149 e Rems 182, Ninja1 e Mach!505.

Quattro creativi con stili ed approccio all’arte molto differenti tra loro e per questo complementari. La curiosità e la voglia di sperimentare li portano a misurarsi con diversi mezzi, supporti e tecniche per realizzare veri e propri esperimenti visivi, in grado di smuovere le coscienze.

Recentemente Truly Design si è trasformato da collettivo artistico in società e studio di arti visive.

 

Ninja1 racconta la storia di Truly Design in un’intervista a Radio Flash, realizzata da Luca Indemini in occasione dell’inaugurazione di “Ibridi”, la prima mostra antologica dedicata al lavoro del collettivo torinese, svoltasi tra maggio e giugno 2010.

 

 

 

Dalla “tela” al “muro”

La Street Art, in alcuni casi, è un modo di essere; in altri è uno stile di vita. Dietro ad ogni tags, a ogni figura e a ogni personaggio si celano un’identità e una storia.

Francesco NOx nasce come artista figurativo e diventa un artista “di strada” a partire dalla fine del 2009.

 

 

Bambini, funamboli e ballerine popolano l’universo di Nox, piccole clessidre alate punteggiano le strade che attraversa. Dove nascono questi personaggi?

“Artigiani” di rottura

Tra i 60 artisti che hanno contribuito alla realizzazione del “muro” di 55 metri di Rewriting ci sono anche i Dott. Porka’s P-Proy, trio di fratelli attivo dal 2002. Il collettivo, o “(s)collettivo”, come preferiscono definirsi, concepisce la strada come un palcoscenico di idee, i loro interventi trascendono l’aspetto artistico e sono inscindibili dall’impegno sociale e “politico”: azioni di denuncia, incursioni mascherate, fino al loro marchio di fabbrica: le street-photo performance.

Come scrivono i Porka’s nel loro manifesto, arte e vita non sono scindibili, né musealizzabili; i Porka’s rifiutano l’idea di una vita museificata. Il loro fine non è la creazione di un prodotto mercificabile o in grado di vivere di vita propria in uno spazio museale: la street-photo performance vive e si esaurisce come atto creativo solo negli spazi in cui ha luogo.

Anni Zero

La scena è variegata. Le generazioni si susseguono. Le tecniche aumentano (spray, poster art e sticker art, stencil, installazioni, videoproiezioni, ecc…).

Gec, cuneese di nascita ma torinese d’azione, regala uno sguardo ottimista sulla scena attuale: «Ci sono delle realtà che possono dare davvero tanto a questa città».

 

 

Le diverse tecniche non rappresentano solo un una differente scelta stilistica, materiali e strumenti sono funzionali al messaggio che si vuole veicolare. Sperimentare nuovi modi narrativi diventa così necessario per raccontare storie nuove.

Ecco perché Gec ha scelto di “andare oltre al poster”.