La “carta” racconta i “muri”

Di seguito si propone una selezione degli articoli dedicati alla street art e al graffitismo, apparsi su Stampa e Stampa Sera, tra il 14 maggio 1974 e il 2 luglio 1999, raccolti nell’archivio storico del giornale:

01.Cose scritte sui muri – Guido Ceronetti – 14 maggio 1974

02.Diamo spazio al tazebao – 1° febbraio 1976

03.Mussolini resiste agli Inter-boys – 14 giugno 1977

04.Graffiti Murali all’indice – 29 maggio 1978

05.Graffiti e murales – 29 agosto 1985

06.Italian Graffiti – 17 aprile 1986

07.All’Hiroshima dopo aver dipinto i muri di Parigi – 15 settembre 1987

08.Lo spray che ricama sui muri – 27 agosto 1988

09.I pittori della notte – 2 ottobre 1989

10.Gli amanuensi della notte – 3 aprile 1992

11.Metà pirati e metà artisti – 9 dicembre 1997

12.Undici pareti in affitto per graffiti autorizzati – 2 luglio 1999

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Torino Street Gallery

Torino è una galleria d’arte a cielo aperto, con opere che hanno un carattere per lo più effimero.
Un po’ di curiosità e una consapevole distrazione dalla nostra strada segnata sono i requisiti migliori per scoprire quello che raccontano i muri della città.
Se però si vuole andare a colpo sicuro, tracciando una sorta di percorso guidato, tra vie, piazze, viali e muri di cinta, con questo post cerchiamo di venirvi in aiuto.

Sul sito di PicTurin è possibile trovare la mappatura dei lavori realizzati in occasione del Torino Mural Art Festival.

Su Flickr il gruppo Torino Graffiti / Street Art offre a sua volta un percorso tra poster art, stencil, graffiti e installazioni, che sconfina anche nella prima cintura cittadina.

Infine, qui sotto, aggiungiamo un nostro contributo, per andare a caccia di “opere urbane”. La mappa sarà necessariamente in evoluzione, chiunque può contribuire ad arricchirla segnalando la presenza di “opere” (meglio se la segnalazione è corredata da fotografia e indirizzo completo) a Street ArTO.


2011… in strada

In occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia sono tanti gli eventi che puntelleranno l’anno in corso: feste, raduni, spettacoli, rievocazioni, mostre. C’è spazio per diverse discipline e punti di vista sfaccettati, ma nel ricco programma non ci sono riferimenti alla street art. Roba da giovani, va bene per Torino Capitale Europea dei Giovani – era il 2010 –, ma a quanto pare, non per celebrare Torino Capitale.
Fuori dal calderone di eventi legati ai 150 anni dell’Italia unita, non mancano però mostre, progetti, eventi e rassegne dedicate alla street art: torna per il sesto anno cosecutivo Rewriting, da Amantes; si terrà la seconda edizione di Strada Facendo; continua l’attività del progetto Murarte e prenderà vita Dirompente (titolo provvisorio), progetto del blogger Dario Ujetto, ancora in fase di evoluzione.
Ne siamo venuti a conoscenza così:

“Nel 2011, un gruppo di creativi, professionisti ed artisti torinesi si propone di collocare la Street Art in uno spazio post industriale”, recita la presentazione. Lo spazio dovrebbe essere il Lab+Loft25. Per saperne di più monitorate il blog di Dario Ujetto.

Segnali d’arte II

Già Roberto Benigni a metà degli anni 90, nel suo “Tuttobenigni”, rilevava l’inaccettabile imposizione dettata dai cartelli stradali. “Uno come Gandhi cammina e trova un cartello che dice vietato fermarsi. Tu fai un cartello per fermare Gandhi”. Dev’essere un’idiosincrasia tutta toscana. Anche di chi, come l’artista bretone Clet Abraham, è toscano solo d’adozione. Anacleto, questo il suo nome all’anagrafe, è nato a Quimper nel 1966, da vent’anni vive in Italia e da cinque a Firenze. Nasce dall’incontro tra una impellente necessità di comunicare e la volontà di migliorare il patrimonio visivo dei passanti il suo progetto legato alla segnaletica stradale. “La presenza ossessiva e aggressiva dei cartelli stradali è una provocazione per un artista visivo – spiega Clet –. Esteticamente molto presenti, ma con un contenuto molto povero, sono spesso umiliazioni alla dignità umana. Non potendoli togliere ho pensato di migliorarli, dandogli un significato più nobile, più intelligente o a volte semplicemente più simpatico. Sono però molto attento a non intralciare la lettura originale, anzi cerco di stare in tema e di non danneggiarli materialmente, utilizzando adesivi rimovibili”. E così è iniziata l’invasione di Firenze, cominciando con la serie de La Pietà: un omino nero stilizzato, crocefisso sui cartelli di “strada senza uscita”. Sono seguiti gli angeli e i diavoli, poi omini che interagiscono con le varie parti dei segnali stradali, lentamente è nata quella che lo stesso artista definisce “una mostra urbana”. In una sorta di percorso a ritroso tra capitali, dal capoluogo toscano Clet ha deciso di esportare la sua opera a Torino: “Siamo stati in città verso la metà di novembre; per realizzare il blitz abbiamo impiegato tre notti. Ho scelto Torino perché mi piace, in qualche modo credo in quella città del Nord. E poi gli affetti, amici e tanti ricordi, legati alla mia compagna che ci ha vissuto per molto tempo”.

E così una mattina di fine autunno la segnaletica torinese ha iniziato ad animarsi. Su di un cartello di divieto di accesso, un piccolo omino nero, a fatica, tentava di rimuovere il divieto sobbarcandosi il peso di quella barra bianca su sfondo rosso. Un cuore trafitto dalla freccia di un segnale di obbligo è comparso in piazza Emanuele Filiberto; in via San Domenico, davanti al Museo della Sindone, è stato omaggiato il Sacro Telo e una crocefissione ha decorato un cartello con vista sulle Porte Palatine.

“Luoghi scelti per cercare la visibilità, non a caso uno è in via Marenco sotto la sede de La Stampa, ma sono anche altri gli stimoli; la prossimità della casa dell’amico, la possibilità di inquadrare vicino al cartello un monumento importante, la sfida difficile e rischiosa”.

Segnali d’arte I

Gli street artist si impossessano dei muri ma, nello spazio urbano, si appropriano talvolta anche della segnaletica stradale, interagendo col significato originario dei cartelli. Sono soprattutto due artisti non torinesi – il ligure Opiemme e il franco-toscano Clet Abraham – ad aver dato nuova vita alla segnaletica torinese.

Senza nome e senza volto. Di lui si conoscono solo regione e anno di nascita: Liguria, 1979. E la città d’elezione: Torino, dove risiede dal 1999. Si cela dietro il marchio Opiemme, l’artista e scrittore che si propone di “abituare la gente alla poesia”, diffondendola in modo rivoluzionario. Parlano per lui le sue opere, volte a mescolare la poesia ad altre forme espressive, per non lasciarla imprigionata nella carta stampata. Versi arrotolati, appesi sugli alberi; messaggi apparsi sui cartelli stradali, con divieti preoccupanti, di pensare, sognare e respirare; fino alla campagna dal forte impatto visivo “Traffic Kills”.

“La decisione di trasferirmi a Torino era legata agli studi e agli amici – spiega Opiemme –. A posteriori la scelta si è rivelata azzeccata: proprio il passaggio da una piccola realtà del litorale ad una grande città è stato un imput importante per il mio lavoro, in questi anni ho vissuto importanti esperienze formative. Devo molto a Torino”. E anche se non c’è il mare, pazienza: “Grazie al mio lavoro mi muovo molto e riesco a vederlo abbastanza spesso”.

Tutto ebbe inizio alla fine degli anni Novanta, riscoprendo la passione per quella letteratura che durante gli anni del liceo, per una ragione o per l’altra, si finisce per odiare. “Ho iniziato a scrivere”, ed a pubblicare, prima una raccolta di poesie, “Sfioraci”, poi una di racconti, “Sette”. “Ma ben presto mi sono reso conto che se sei giovane e sconosciuto hai poche possibilità di raggiungere i lettori. Allora ho cercato di svecchiare i canali di comunicazione della poesia, ho provato a portarla per strada, verso le persone, avvicinandola a forme di arte urbana, legate alla street art, al graffiti writing, alle installazioni”. Un poeta post moderno, che propone una rivoluzione punk della poesia: “Spesso uno Stato cerca diversi modi per creare legalmente ignoranza; io, portando le parole mie e di altri autori sui muri, è come se facessi illegalmente cultura”. Tema di estrema attualità, vista la tolleranza zero promessa dal sindaco di Milano, Letizia Moratti, verso i graffiti e i graffitari. “Mi dispiace concordare con Bossi, ma ha ragione nel dire che ‘i muri sono il libro di un popolo’ – spiega Opiemme –. Fare guerra ai writers è velleitario, sarebbe più opportuno crescere i giovani avvicinandoli all’arte, concedendo loro spazi idonei. Dall’altra parte, chi fa le scritte sui muri è giusto che conosca e accetti le regole del gioco. In quelle sono contenuti il rispetto e la tutela del bene privato. Vanificare le norme adducendo l’arte, è nel tipico stile italiano: una perdita di valori”.

Uno degli esempi più incisivi dell’opera torinese di Opiemme, rimane l’installazione realizzata sulla pensilina GTT davanti all’Accademia di Belle Arti, commissionata dallo stesso istituto in occasione di Artissima 2007: la fermata venne completamente ricoperta con testi di autori transitati per Torino: “Un punto di passaggio come la fermata dell’autobus è così diventato metafora del passaggio letterario”. Ma sono molti i luoghi in città diventati teatro delle installazioni di Opiemme. “Uno di quelli a cui mi sento più legato è l’Hiroshima Mon Amour, che da sempre ha aperto le sue porte alle mie opere. E poi San Salvario e il Valentino; uno dei luoghi migliori per appendere i miei rotolini di poesie”.

Qui sotto la copia originale dell’articolo uscito su La Stampa del 12 agosto 2010 a firma Luca Indemini

La strada si fa andando (A. Machado)

Attraversando momenti di maggiore creatività ed espansione ed altri più sterili, talvolta anche a causa di scelte repressive, “che bloccano e impauriscono gli artisti più giovani” (come sottolinea Galo), la street art torinese ha visto un punto di svolta all’inizio del millennio, con l’avvio del dialogo tra writers e istituzioni sancito da “Murarte”, in grado di trasformare alcuni muri in un’originale “tela urbana” pronta ad accogliere la creatività dei giovani aderenti al progetto.
Dopo l’ovvio entusiasmo dei primi tempi, Murarte ha registrato una certa complessità degli ingranaggi, dovuti ai tempi della burocrazia, così lontani dall’immediatezza espressiva dai writers. Intoppi inevitabili, in un progetto amplio e articolato, ma come insegna Antonio Machado, il cammino si fa camminando e le difficoltà vengono superate grazie alla collaborazione tra tutte le parti in causa, e nell’anno di Torino Capitale Europea dei Giovani, il progetto ha avuto un’impennata culminata con l’evento internazionale PicTurin.
In generale il 2010 si è rivelato un anno particolarmente prolifico per la scena torinese: oltre al Festival PicTurin e all’apertura della Galo Art Gallery, inaugura la mostra “Strada Facendo”, nello spazio ArteGiovane di Barriera. L’esposizione – nata da un’idea di Alvise Chevallard (presidente di ArteGiovane), con il supporto di Gec e Br1 – rientra nella rassegna sulla Street Art, che coinvolge altre due locations cittadine: Cripta 747, con la mostra 747, e il Circolo Culturale Amantes per la quinta edizione di Rewriting.

Alvise Chevallard, presidente di ArteGiovane, racconta come è nata la rassegna “Strada Facendo” e fornisce qualche anticipazione sugli appuntamenti del 2011.

 

Galo: vita e arte (o vita è arte)

Galo è stato visto dipingere su quasi ogni superficie immaginabile”.
Dopo essersi laureato ed aver lavorato come graphic designer ha deciso di voltare le spalle a tutto, eccetto all’amore e alla pittura”.
Con Galo, la vita è arte e lui dedica la sua vita a condividere la sua arte”.

Così dà il benvenuto ai visitatori sul suo sito web Galo, artista di fama internazionale, che ha vissuto ad Amsterdam ed esposto in svariate galleria in Europa e nel mondo, da Berlino agli Stati Uniti, dall’Islanda al Giappone.
Il 29 aprile 2010 ha deciso di tornare a piantare radici solide in città, e a San Salvario in particolare, dando vita alla Galo Art Gallery, in via Saluzzo 11/g, la prima galleria torinese interamente dedicata alla street art, “un luogo in cui l’arte e la gente, gli artisti e gli amanti dell’arte sono una cosa sola”.
Impegnato alla realizzazione della sua prossima esposizione, che lo porterà nuovamente lontano dall’Italia, e nell’organizzazione del prossimo evento in galleria (lo show “Home sweet home”, che vedrà protagonista il prossimo 8 aprile Pixel Pancho), Galo ha trovato il tempo di fornirci alcune risposte via mail per aggiungere il suo tassello a questa storia della street art torinese.

Dove hai iniziato?
“Amsterdam nel 1998”
A che età?
“26 anni”
Ti ricordi il tuo primo “muro” a Torino?
“Non proprio… Ho vissuto 9 anni in Olanda e quando tornavo in Italia era solo per pochi giorni e per rivedere i miei amici e la mia famiglia… capitava comunque di uscire con markers o spray e disegnare sui muri. In quegli anni era qualcosa di molto importante per il mio progetto artistico…”
Da sempre c’è chi considera gli street artist degli artisti e chi dei vandali. Da quando hai iniziato ad oggi cosa è cambiato?
“Sono cambiato io innanzitutto… Ci sono molte piu telecamere e ci sono leggi anti vandaliche che bloccano e impauriscono gli artisti piu giovani. Città come Amsterdam, Barcellona, Berlino, Milano erano molto piu aperte alla street art… Ora la situazione è in molti casi quella della tolleranza zero, stile Giuliani in NY… Castrazione totale di ogni tipo di intervento artistico pubblico non autorizzato e nessuna differenza tra arte in citta e vandalismo puro. La differenza tra chi vuole abbellire e personalizzare parti urbane grigie e piatte con i propri lavori artistici o chi vuole semplicemente sporcare dovrebbe essere presa in considerazione”
Oggi, sei a tutti gli effetti un artista di fama internazionale. Quando è avvenuto il passaggio dalla strada alle gallerie? Che differenza c’è? La galleria, secondo te, è un’opportunità o rappresenta una limitazione della libertà dello street artist?
“Il passaggio in galleria è un passaggio obbligato per qualsiasi tipo di artista che voglia lavorare e vivere della propria arte”
La scelta della visibilità per un artista di strada come si concilia con la volontà e spesso l’esigenza dell’anonimato?
“Non c’è anonimato… Ci deve essere riconoscibilità di stile e di tratto… Un buon street artist comunica con la propria città o con quante piu città e realtà ha la possibilita di visitare e vivere… Non bisogna però farsi intercettare nel momento creativo… altrimenti multe, sanzioni e in alcuni casi la prigione!”

Sei un’artista che diventa gallerista. Cosa ti ha portato ad aprire la “Galo Art Gallery” a Torino?
“Ho viaggiato e esposto i miei lavori in gallerie in quasi tutto il mondo e continuo a farlo. Aprendo la galleria ho semplicemente rallentato il ritmo della mia vita nomade e credendo profondamente nella corrente artistica della street art ho deciso di portare in Torino un genere artistico non ancora riconosciuto ufficialmente in città”
Che tipo di rapporto instauri con gli artisti che espongono nella tua galleria?
“Gli artisti che rappresentiamo sono quasi tutti amici e colleghi che hanno iniziato come me piu di 10 anni fa, con i quali ho viaggiato e con i quali ho instaurato un rapporto di amicizia e di stima. Sono quasi tutti precursori del movimento street art e in qualche caso sono giovani promesse che ci interessa motivare e sostenere con la nostra galleria”.

 

 

 

Street design

A volte l’evoluzione è non solo stilistica, ma anche personale. La street art è un punto di partenza per diventare qualcosa di diverso, si evolve, si trasforma, prende la forma di un lavoro, si mescola al design. Anche se il primo amore non si scorda mai.

Jaman, Hide, Deep e Ruas sono quattro amici che hanno dato vita alla crew KNZ. Il collettivo è diventato un progetto creativo a 360°: dai graffiti al graphic design, dal restyling d’interni all’illustrazione. Tappa fondamentale nella loro evoluzione è stata l’apertura nel 2009 del Konsequenz Graffiti Shop/Creative Studio, che col suo studio creativo e lo spazio espositivo è diventato ben presto punto di riferimento per i writer della scena regionale.

La nuova sede, di recente apertura, in via dei Quartieri 10/a, risponde perfettamente alle esigenze dei KNZ: «Avevamo bisogno di uno spazio diverso, rispetto a quello che avevamo prima e fortunatamente lo abbiamo trovato nella stessa zona».

Attualmente il progetto si articola principalmente attorno a tre elementi:

il negozio, dotato di un’ampia scelta di materiali, con particolare attenzione ai nuovi trend e alle ultime innovazioni;

lo studio creativo, che è il centro di sviluppo e l’evoluzione della semplice idea di writing e permette al gruppo di relazionarsi con un mondo lavorativo differente;

lo spazio espositivo, con 25mq di superficie verticale libera in cui gli artisti possono dar luogo ad eventi culturali di vario genere.

Inoltre, concessionario ufficiale dei materiali per Murarte, il Konsequenz Graffiti Shop è un prezioso punto di riferimento sul territorio per assistere i writer in cerca di muri liberi. “Diamo le informazioni sulle pratiche da fare per aderire a Murarte e cerchiamo così di coinvolgere nel progetto soprattutto le nuove leve”. Poiché a volte i tempi burocratici sono troppo lenti per rispondere all’impellente necessità artistica, i KNZ hanno un sogno: “Ci piacerebbe ottenere da Murarte due o tre muri cittadini in concessione, in modo che se arriva qua un ragazzo in cerca di uno spazio da dipingere possiamo dargli un indirizzo senza che debba sbattersi troppo”.

Ma come si diceva, il primo amore non si scorda mai, e allora dall’apertura del negozio nel 2009, i KNZ hanno continuato a partecipare a diverse conventions di calibro nazionale e internazionale, manifestazioni culturali cittadine (PicTurin), mostre collettive e personali, senza mai dimenticare la strada.

 

 

 

 

Dalla strada alla grafica è anche il percorso dei Truly Design, collettivo artistico formato da quattro amici uniti dalla passione per i graffiti e la street art. Nato nel 2001 da un’idea di Mauro149, Rems 182 e Man23 (oggi Brutalgraph-x), cambia diverse volte composizione, fino a raggiungere nel 2005 l’attuale formazione, che vede accanto ai fondatori Mauro149 e Rems 182, Ninja1 e Mach!505.

Quattro creativi con stili ed approccio all’arte molto differenti tra loro e per questo complementari. La curiosità e la voglia di sperimentare li portano a misurarsi con diversi mezzi, supporti e tecniche per realizzare veri e propri esperimenti visivi, in grado di smuovere le coscienze.

Recentemente Truly Design si è trasformato da collettivo artistico in società e studio di arti visive.

 

Ninja1 racconta la storia di Truly Design in un’intervista a Radio Flash, realizzata da Luca Indemini in occasione dell’inaugurazione di “Ibridi”, la prima mostra antologica dedicata al lavoro del collettivo torinese, svoltasi tra maggio e giugno 2010.

 

 

 

Dalla “tela” al “muro”

La Street Art, in alcuni casi, è un modo di essere; in altri è uno stile di vita. Dietro ad ogni tags, a ogni figura e a ogni personaggio si celano un’identità e una storia.

Francesco NOx nasce come artista figurativo e diventa un artista “di strada” a partire dalla fine del 2009.

 

 

Bambini, funamboli e ballerine popolano l’universo di Nox, piccole clessidre alate punteggiano le strade che attraversa. Dove nascono questi personaggi?

“Artigiani” di rottura

Tra i 60 artisti che hanno contribuito alla realizzazione del “muro” di 55 metri di Rewriting ci sono anche i Dott. Porka’s P-Proy, trio di fratelli attivo dal 2002. Il collettivo, o “(s)collettivo”, come preferiscono definirsi, concepisce la strada come un palcoscenico di idee, i loro interventi trascendono l’aspetto artistico e sono inscindibili dall’impegno sociale e “politico”: azioni di denuncia, incursioni mascherate, fino al loro marchio di fabbrica: le street-photo performance.

Come scrivono i Porka’s nel loro manifesto, arte e vita non sono scindibili, né musealizzabili; i Porka’s rifiutano l’idea di una vita museificata. Il loro fine non è la creazione di un prodotto mercificabile o in grado di vivere di vita propria in uno spazio museale: la street-photo performance vive e si esaurisce come atto creativo solo negli spazi in cui ha luogo.